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tradizioni

1° gennaio: perché capodanno

Non coincide con alcun momento di cambio stagionale, non risale ad una particolare festività religiosa, però il 1° di gennaio è stato scelto convenzionalmente come primo giorno dell’anno.

Poteva essere qualsiasi data, infatti il ciclo orbitale non permette di stabilire alcun punto di inizi e se avessimo seguito le stagioni, forse avrebbe avuto senso iniziare l’anno in primavera (e così è stato, infatti, nell’antichità). Convenzionalmente, l’anno economico e l’anno scolastico iniziano a settembre…

Caio Giulio Cesare

Una serie di decisioni, la prima delle quali risale agli antichi romani, stabilirono che il 1° di gennaio rappresentasse l’inizio dell’anno, nello specifico fu Caio Giulio Cesare a stabilire che in tutta la romanità l’anno iniziasse in quella data e tale convenzione durò fino alla fine dell’impero romano.

Poi tale usanza si conservò in alcune aree dell’ex impero, mentre in altre zone si ritornò alla consuetudine del mese di marzo, oppure a date stabilite localmente; mentre il resto del mondo manteneva le proprie tradizioni.

Per il mondo cristiano, fu papa Gregorio XIII che a partire dal 1582 ripristinò, con la promulgazione del calendario gregoriano, la data del 1° gennaio come capodanno. I paesi cattolici accettarono questa scelta, ma quelli protestanti mantennero per un po’ di tempo la data del 25 marzo. Man mano il calendario venne adottato universalmente, anche se questo processo richiese secoli: ad esempio, l’Unione Sovietica adottò il calendario gregoriano solo nel 1918.

Oggi tutto il mondo riconosce il 1° di gennaio come data di inizio anno ‘civile’, ma si conservano le trazioni ed i festeggiamenti per i capodanni legati alla propria cultura (si pensi al capodanno cinese, a quello turco o di alcuni paesi medio-orientali o asiatici).

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2021

31 dicembre: i miei auguri

Questa notte finirà il 2020 (nel momento in cui scrivo, in alcuni Paesi del mondo è già terminato)! L’anno in cui siamo stati tutti ostaggi del Covid-19 (o della gestione dei governi del Covid-19?). Per la maggior parte… un anno da dimenticare e passare oltre.

Non vorrei buttare tutto di questo anno!

Durante il primo lock down tutti pensavamo che ne saremmo usciti migliorati. Non è successo! Tre mesi di clausura forzata, durante i quali necessariamente abbiamo dovuto sforzarci di convivere al meglio, non hanno sconfitto migliaia di anni di cattive pratiche del genere umano.

Ma… ci hanno dato una misura di come e quanto sia possibile adattarci alle situazioni, tirare fuori innumerevoli conigli dal cappello, dimostrare che sappiamo (anche se per poco) essere davvero solidali.

Abbiamo capito (se non l’avevamo già fatto prima) quanto sia facile manipolare le masse, diffondendo informazioni parziali, imprecise e martellanti. Abbiamo preso consapevolezza della facilità estrema con cui siamo soggetti ad essere travolti dalla paura, dal panico, dalla falsa speranza.

Personalmente durante il 2020 ho cambiato “obtorto collo” molte condizioni della mia vita, di cui sono – tutto sommato – alla fin fine soddisfatta. Per cui non butto via il bambino con l’acqua sporca…

Ma mi sento in dovere di fare una serie di auguri.
Per il 2021 auguro a tutti coloro che hanno perso il lavoro di poterlo riavere. Agli imprenditori costretti alle chiusure forzate, auguro di poter ricominciare per loro stessi, per i loro dipendenti e per il prosperare dell’economia in genere.

Auguro a tutti gli studenti italiani di poter avere, da subito, una scuola degna di questo nome.

Auguro a tutti i cittadini italiani di poter vedere realizzata l’utopia di una sanità efficace, efficiente e universale e di avere uno Stato che si prenda cura di loro, invece di spremerli, ingannarli, depredarli, gabbarli.

Auguro a tutti gli elettori che finisca per sempre l’epoca dei governi incapaci e degli amministratori corrotti.

Auguro a chi è stato abbandonato da solo, relegato nella case, nelle RSA, nei luoghi di cura, a chi non ha potuto dire addio ai propri cari, che nessuno mai più si arroghi il diritto di mettere in atto una simile barbarie.

Auguro a tutti gli “organi di informazioni” il black out totale.

Nella speranza di non vedere mai più una mascherina in vita mia… auguro, con tutto l’ottimismo di cui sono capace, un buon inizio per il 2021!

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Letteratura

30 dicembre: “If”

Rudyard Kipling nasce il 30 dicembre 1865 a Mumbai (all’epoca Bombay), in India, da genitori inglesi. Nella sua vita piuttosto movimentata si sposterà in Inghilterra, lavorerà poi in Pakistan, tornerà in India, e dopo un lungo viagio in vari Paesi si stabilirà di nuovo in Inghilterra, dove si sposerà. Con la moglie si trasferirà per un periodi negli Stati Uniti, a causa di un dissesto finanziario e infine tornerà ancora a Londra dove morirà nel 1836.

Rudyard Kipling

Kipling è ovviamente conosciuto per il suo capolavoro “The jungle book” che gli valse il Premio Nobel nel 1907 a soli 42 anni (il più giovane di sempre a ricevere l’ambito riconoscimento).

Ma non voglio parlare di Mowgli, di Bagheera o di Shere Khan  e del popolo libero della giungla; ne’ voglio sottolineare il fatto che per molti Kipling fu considerato il ‘cantore’ del colonialismo americano e neppure dei suoi numerosi e famosi romanzi per ragazzi.

Voglio semplicemente dedicare un po’ di spazio alla sua celebre poesia “If”, perché credo che di questi tempi ci sarebbe davvero bisogno di questo spirito.

“Se”

Se saprai mantenere la testa quando tutti intorno a te
la perdono, e te ne fanno colpa.
Se saprai avere fiducia in te stesso quando tutti ne dubitano,
tenendo però considerazione anche del loro dubbio.
Se saprai aspettare senza stancarti di aspettare,
O essendo calunniato, non rispondere con calunnia,
O essendo odiato, non dare spazio all’odio,
Senza tuttavia sembrare troppo buono, né parlare troppo saggio;

Se saprai sognare, senza fare del sogno il tuo padrone;
Se saprai pensare, senza fare del pensiero il tuo scopo,
Se saprai confrontarti con Trionfo e Rovina
E trattare allo stesso modo questi due impostori.
Se riuscirai a sopportare di sentire le verità che hai detto
Distorte dai furfanti per abbindolare gli sciocchi,
O a guardare le cose per le quali hai dato la vita, distrutte,
E piegarti a ricostruirle con i tuoi logori arnesi.

Se saprai fare un solo mucchio di tutte le tue fortune
E rischiarlo in un unico lancio a testa e croce,
E perdere, e ricominciare di nuovo dal principio
senza mai far parola della tua perdita.
Se saprai serrare il tuo cuore, tendini e nervi
nel servire il tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tenere duro quando in te non c’è più nulla
Se non la Volontà che dice loro: “Tenete duro!”

Se saprai parlare alle folle senza perdere la tua virtù,
O passeggiare con i Re, rimanendo te stesso,
Se né i nemici né gli amici più cari potranno ferirti,
Se per te ogni persona conterà, ma nessuno troppo.
Se saprai riempire ogni inesorabile minuto
Dando valore ad ognuno dei sessanta secondi,
Tua sarà la Terra e tutto ciò che è in essa,
E — quel che più conta — sarai un Uomo, figlio mio!

“If” recitata da Sir Michael Caine

Il testo in lingua inglese:

If— 

By Rudyard Kipling

If you can keep your head when all about you   
    Are losing theirs and blaming it on you,   
If you can trust yourself when all men doubt you,
    But make allowance for their doubting too;   
If you can wait and not be tired by waiting,
    Or being lied about, don’t deal in lies,
Or being hated, don’t give way to hating,
    And yet don’t look too good, nor talk too wise:

If you can dream—and not make dreams your master;   
    If you can think—and not make thoughts your aim;   
If you can meet with Triumph and Disaster
    And treat those two impostors just the same;   
If you can bear to hear the truth you’ve spoken
    Twisted by knaves to make a trap for fools,
Or watch the things you gave your life to, broken,
    And stoop and build ’em up with worn-out tools:

If you can make one heap of all your winnings
    And risk it on one turn of pitch-and-toss,
And lose, and start again at your beginnings
    And never breathe a word about your loss;
If you can force your heart and nerve and sinew
    To serve your turn long after they are gone,   
And so hold on when there is nothing in you
    Except the Will which says to them: ‘Hold on!’

If you can talk with crowds and keep your virtue,   
    Or walk with Kings—nor lose the common touch,
If neither foes nor loving friends can hurt you,
    If all men count with you, but none too much;
If you can fill the unforgiving minute
    With sixty seconds’ worth of distance run,   
Yours is the Earth and everything that’s in it,   
    And—which is more—you’ll be a Man, my son!

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Nativi d'America

29 dicembre: il massacro di Wonded Knee

Il 29 dicembre 1890, presso il Wonded Knee Creek, nella contea di Oglala Lakota, nello stato del Sud Dakota , fu massacrata una intera tribù di Miniconjou – Lakota Sioux – da parte dell’esercito degli Stati Uniti d’America.

Un’immagine della strage di Wonded Knee

La tribù, guidata da Piede Grosso – che si era anche ammalato di polmonite -, una volta saputo dell’uccisione di Toro Seduto, nel mese di dicembre era partita per recarsi a Pine Ridge, in cerca di protezione da parte di Nuvola Rosa. I Miniconjou furono però intercettati dal Settimo Reggimento di cavalleria guidato dal maggiore Samuel Whitside che li fece accampare sulle rive del torrente Wonded Knee, circondandoli con due squadroni di cavalieri e puntando contro di loro le mitragliatrici.

I soldati si fecero consegnare le armi dai 120 uomini della tribù – che era formata, oltre che da loro,da 230 fra donne e bambini – e, con il pretesto di un colpo d’arma da fuoco partito per caso, massacrarono indistintamente oltre 300 di loro.

Le ossa e il cuore del capo dei Sioux Cavallo Pazzo furono presumibilmente sepolti lungo le riva del torrente dalla sua famiglia, dopo la sua morte.

Questo fu solo uno dei numerosi massacri ad opera dei colonizzatori: il massacro del Sand Creek del 29 novembre 1864 è altrettanto tristemente famoso.

“Fiume Sand Creek” di Fabrizio De Andrè: canta della strage del 1864

Dall’arrivo degli europei, nel XV secolo, fino alla fine del XIX secolo si reputa che siano stati sterminati circa 110 milioni di nativi d’America (fra indiani d’America nel Nord, indios e amerindi nel Sud). I nativi morirono uccisi nelle guerre di conquista, trucidati dai colonizzatori, sterminati dalle malattie importate contro cui non avevano anticorpi e dall’alcoolismo. Sono stati e – purtroppo ancora oggi – sono sradicati dai loro territori, discriminati, perseguitati.

Di questo sterminio non se ne parla quasi mai. Eppure con gli oltre 100 milioni di esseri umani sterminati sono morte anche culture, tradizioni, stili di vita ed è stato distrutto per sempre il loro habitat naturale.

“Dakota” del compositore Jackob de Haan ispirato dagli Siuox e basato su un’antica melodia degli Indiani del Sud Dakota
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Cinema

28 dicembre: il cinema

Dai F.lli Lumiere a Filoteo Alberini: una paternità negata per colpa della burocrazia italiana.

Il 28 dicembre del 1895 Louise e Auguste Lumiere inaugurano il primo cinematografo della storia. Negli scantinati del Grand Cafè di Parigi vengono proiettati 10 filmati da un minuto ciascuno, che raccontano scene di vita quotidiana, riprese da un’unica inquadratura fissa, grazie ad un apparecchio brevettato dai F.lli Lumiere, per l’appunto il cinématographe.
Il costo del biglietto d’ingresso è di 1 franco!

Louise e Auguste Lumiere

Il cinema rivoluzionerà la storia del XX secolo grazie alla possibilità di riprodurre velocità e movimento, verrà così classificato come la ‘settimana arte’.

Ma, sebbene la storia dei Fratelli Lumiere sia la più conosciuta, il vero pioniere del cinema è italiano: Filoteo Alberini infatti, nel 1894 traendo spunto dall’invenzione del kinetoscopio (una macchina dotata di manovella che azionata permetteva di vedere tramite una lente i movimenti di alcuni fotogrammi posti su una pellicola) di Edison, Filoteo inventa e brevetta il kinetografo, un apparecchio per la ripresa e la proiezione. Purtroppo, per un intoppo burocratico (siamo in Italia, d’altronde…) , il Ministero dell’Industria e Commercio rilascerà il brevetto (n° 245032) un anno dopo la richiesta di Alberini, precisamente nel dicembre 1895, tre giorni dopo il famoso 28 dicembre, in cui i Lumière proiettano per la prima volta L’uscita dalle officine Lumière.

Filoteo Alberini

Così Alberini si ‘accontenterà’ di essere il primo ad aprire una sala cinematografica in Italia. Nel 1905 fondò, infatti, lo “Stabilimento italiano di manifattura cinematografica Alberini e Santoni” (dal 1906 “Cines”) a Roma, con un teatro di posa, dirigendo il primo film spettacolare italiano: La presa di Roma (1905).

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Covid

Fa paura…ma

Oggi è entrato in vigore il nuovo (l’ennesimo) Dcpm. Come tutti gli ultimi, approvato nella notte e, dalla sera alla mattina, le persone trovano che un altro pezzo del loro mondo è cambiato.

Sono sinceramente stanca di opinioni in merito e voglio informarmi bene su cosa fa (o non fa) questo Covid. Così vado a scaricarmi il bollettino più aggiornato dell’Istituto Superiore di Sanità: trovo quello del 13 ottobre 2020.

Comincio a leggere schemi, tabelle e statistiche e poi arrivo a pagina 22 (l’intero documento è fatto di 27 pagine) e trovo quanto segue:

“Al 20 ottobre 2020, risultano guariti 234.466 casi. Escludendo dal totale dei casi segnalati i casi guariti, quelli deceduti 36.641) e 61 casi persi al follow-up, l’informazione sulla gravità clinica dei pazienti affetti da COVID-19 è disponibile per 120.249/148.591 casi confermati (80,9%) riportati al sistema di sorveglianza.

Tra questi, 70.443 (58,6%) risultano asintomatici, 17.105 (14,2%) sono pauci-sintomatici, 23.895 (19,9%) hanno sintomi lievi, 7.907 (6,6%) hanno sintomi severi e 899 (0,7%) presentano un quadro clinico critico.

Cosa vorrà dire “pauci-sintomatici”? Cerco la definizione e il Garzanti riporta: ” Paucisintomatico: che presenta scarsi sintomi: malattia paucisintomatica; paziente paucisintomatico“. Pur continuando a restarmi oscura la ragione per cui si vada a differenziari fra chi è “pauci-sintomatico” e coloro che “hanno sintomi lievi”, vado a sommare i dati: 58,6% senza sintomi (ma se non hai sintomi… sei sano o sei malato??); 14,2% pauci-sintomatico; 19,9% sintomi lievi. Ciò significa (ed è matematica, non opinione) che il 92,7% (!!!!) positivi al Covid 19 non ha sintomi severi e che solo lo 0,7% presenta un quadro clinico critico.

Se consideriamo che 7907 casi hanno sintomi severi e 899 presentano un quadro clinico critico, vuol dire che 8806 italiani su 60.244.639 sono in condizioni rischiose a causa del Covid 19, ovverosia lo 0,014% della popolazione corre seri rischi.
Io credo che la vita di una persona sia sacra, pertanto la vita degli 8806 italiani che rischiano… è 8806 volte sacra.

Ma… perché se i dati sono questi dobbiamo tutti mettere in atto ciò che i vari DCPM implicano e non trovare delle soluzioni atte a proteggere lo 0,014 della popolazione, evitando di mandare all’aria l’economia, uccidere attività commerciali, strozzare chi non ha un lavoro dipendente, mettere a rischio chi un lavoro ancora ce l’ha? Sopratutto, perché dobbiamo creare generazioni di asociali, far crollare psicologicamente chi è più fragile, far morire di solitudine i nostri anziani, creare comportamenti insani e dannosi per la salute (basta sport, ad esempio)?
Non ho ancora trovato una risposta (nemmeno nelle teorie complottiste).
Però ciò che mi spaventa è la totale incapacità di usare il pensiero critico che la maggioranza ha sviluppato: moltissimi credono che ‘comportandosi bene’ non verranno colpiti dal virus e se il virus c’è è colpa di chi ‘si comporta male’…
La sola spiegazione che riesco a darmi è che la paura sia così grande, da non rendere capaci di leggere e capire i dati…. quelli veri.
Così la paura, come nei secoli bui della storia, guida i comportamenti della maggioranza e serve a coprire scelte politiche discutibili e poco chiare, poco utili, poco favorevoli alle persone, ma molto proficue ad una economia fatta di speculazioni e raggiri.

Questo a me fa più paura del Covid 19.