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Letteratura

30 dicembre: “If”

Rudyard Kipling nasce il 30 dicembre 1865 a Mumbai (all’epoca Bombay), in India, da genitori inglesi. Nella sua vita piuttosto movimentata si sposterà in Inghilterra, lavorerà poi in Pakistan, tornerà in India, e dopo un lungo viagio in vari Paesi si stabilirà di nuovo in Inghilterra, dove si sposerà. Con la moglie si trasferirà per un periodi negli Stati Uniti, a causa di un dissesto finanziario e infine tornerà ancora a Londra dove morirà nel 1836.

Rudyard Kipling

Kipling è ovviamente conosciuto per il suo capolavoro “The jungle book” che gli valse il Premio Nobel nel 1907 a soli 42 anni (il più giovane di sempre a ricevere l’ambito riconoscimento).

Ma non voglio parlare di Mowgli, di Bagheera o di Shere Khan  e del popolo libero della giungla; ne’ voglio sottolineare il fatto che per molti Kipling fu considerato il ‘cantore’ del colonialismo americano e neppure dei suoi numerosi e famosi romanzi per ragazzi.

Voglio semplicemente dedicare un po’ di spazio alla sua celebre poesia “If”, perché credo che di questi tempi ci sarebbe davvero bisogno di questo spirito.

“Se”

Se saprai mantenere la testa quando tutti intorno a te
la perdono, e te ne fanno colpa.
Se saprai avere fiducia in te stesso quando tutti ne dubitano,
tenendo però considerazione anche del loro dubbio.
Se saprai aspettare senza stancarti di aspettare,
O essendo calunniato, non rispondere con calunnia,
O essendo odiato, non dare spazio all’odio,
Senza tuttavia sembrare troppo buono, né parlare troppo saggio;

Se saprai sognare, senza fare del sogno il tuo padrone;
Se saprai pensare, senza fare del pensiero il tuo scopo,
Se saprai confrontarti con Trionfo e Rovina
E trattare allo stesso modo questi due impostori.
Se riuscirai a sopportare di sentire le verità che hai detto
Distorte dai furfanti per abbindolare gli sciocchi,
O a guardare le cose per le quali hai dato la vita, distrutte,
E piegarti a ricostruirle con i tuoi logori arnesi.

Se saprai fare un solo mucchio di tutte le tue fortune
E rischiarlo in un unico lancio a testa e croce,
E perdere, e ricominciare di nuovo dal principio
senza mai far parola della tua perdita.
Se saprai serrare il tuo cuore, tendini e nervi
nel servire il tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tenere duro quando in te non c’è più nulla
Se non la Volontà che dice loro: “Tenete duro!”

Se saprai parlare alle folle senza perdere la tua virtù,
O passeggiare con i Re, rimanendo te stesso,
Se né i nemici né gli amici più cari potranno ferirti,
Se per te ogni persona conterà, ma nessuno troppo.
Se saprai riempire ogni inesorabile minuto
Dando valore ad ognuno dei sessanta secondi,
Tua sarà la Terra e tutto ciò che è in essa,
E — quel che più conta — sarai un Uomo, figlio mio!

“If” recitata da Sir Michael Caine

Il testo in lingua inglese:

If— 

By Rudyard Kipling

If you can keep your head when all about you   
    Are losing theirs and blaming it on you,   
If you can trust yourself when all men doubt you,
    But make allowance for their doubting too;   
If you can wait and not be tired by waiting,
    Or being lied about, don’t deal in lies,
Or being hated, don’t give way to hating,
    And yet don’t look too good, nor talk too wise:

If you can dream—and not make dreams your master;   
    If you can think—and not make thoughts your aim;   
If you can meet with Triumph and Disaster
    And treat those two impostors just the same;   
If you can bear to hear the truth you’ve spoken
    Twisted by knaves to make a trap for fools,
Or watch the things you gave your life to, broken,
    And stoop and build ’em up with worn-out tools:

If you can make one heap of all your winnings
    And risk it on one turn of pitch-and-toss,
And lose, and start again at your beginnings
    And never breathe a word about your loss;
If you can force your heart and nerve and sinew
    To serve your turn long after they are gone,   
And so hold on when there is nothing in you
    Except the Will which says to them: ‘Hold on!’

If you can talk with crowds and keep your virtue,   
    Or walk with Kings—nor lose the common touch,
If neither foes nor loving friends can hurt you,
    If all men count with you, but none too much;
If you can fill the unforgiving minute
    With sixty seconds’ worth of distance run,   
Yours is the Earth and everything that’s in it,   
    And—which is more—you’ll be a Man, my son!

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Nativi d'America

29 dicembre: il massacro di Wonded Knee

Il 29 dicembre 1890, presso il Wonded Knee Creek, nella contea di Oglala Lakota, nello stato del Sud Dakota , fu massacrata una intera tribù di Miniconjou – Lakota Sioux – da parte dell’esercito degli Stati Uniti d’America.

Un’immagine della strage di Wonded Knee

La tribù, guidata da Piede Grosso – che si era anche ammalato di polmonite -, una volta saputo dell’uccisione di Toro Seduto, nel mese di dicembre era partita per recarsi a Pine Ridge, in cerca di protezione da parte di Nuvola Rosa. I Miniconjou furono però intercettati dal Settimo Reggimento di cavalleria guidato dal maggiore Samuel Whitside che li fece accampare sulle rive del torrente Wonded Knee, circondandoli con due squadroni di cavalieri e puntando contro di loro le mitragliatrici.

I soldati si fecero consegnare le armi dai 120 uomini della tribù – che era formata, oltre che da loro,da 230 fra donne e bambini – e, con il pretesto di un colpo d’arma da fuoco partito per caso, massacrarono indistintamente oltre 300 di loro.

Le ossa e il cuore del capo dei Sioux Cavallo Pazzo furono presumibilmente sepolti lungo le riva del torrente dalla sua famiglia, dopo la sua morte.

Questo fu solo uno dei numerosi massacri ad opera dei colonizzatori: il massacro del Sand Creek del 29 novembre 1864 è altrettanto tristemente famoso.

“Fiume Sand Creek” di Fabrizio De Andrè: canta della strage del 1864

Dall’arrivo degli europei, nel XV secolo, fino alla fine del XIX secolo si reputa che siano stati sterminati circa 110 milioni di nativi d’America (fra indiani d’America nel Nord, indios e amerindi nel Sud). I nativi morirono uccisi nelle guerre di conquista, trucidati dai colonizzatori, sterminati dalle malattie importate contro cui non avevano anticorpi e dall’alcoolismo. Sono stati e – purtroppo ancora oggi – sono sradicati dai loro territori, discriminati, perseguitati.

Di questo sterminio non se ne parla quasi mai. Eppure con gli oltre 100 milioni di esseri umani sterminati sono morte anche culture, tradizioni, stili di vita ed è stato distrutto per sempre il loro habitat naturale.

“Dakota” del compositore Jackob de Haan ispirato dagli Siuox e basato su un’antica melodia degli Indiani del Sud Dakota
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Cinema

28 dicembre: il cinema

Dai F.lli Lumiere a Filoteo Alberini: una paternità negata per colpa della burocrazia italiana.

Il 28 dicembre del 1895 Louise e Auguste Lumiere inaugurano il primo cinematografo della storia. Negli scantinati del Grand Cafè di Parigi vengono proiettati 10 filmati da un minuto ciascuno, che raccontano scene di vita quotidiana, riprese da un’unica inquadratura fissa, grazie ad un apparecchio brevettato dai F.lli Lumiere, per l’appunto il cinématographe.
Il costo del biglietto d’ingresso è di 1 franco!

Louise e Auguste Lumiere

Il cinema rivoluzionerà la storia del XX secolo grazie alla possibilità di riprodurre velocità e movimento, verrà così classificato come la ‘settimana arte’.

Ma, sebbene la storia dei Fratelli Lumiere sia la più conosciuta, il vero pioniere del cinema è italiano: Filoteo Alberini infatti, nel 1894 traendo spunto dall’invenzione del kinetoscopio (una macchina dotata di manovella che azionata permetteva di vedere tramite una lente i movimenti di alcuni fotogrammi posti su una pellicola) di Edison, Filoteo inventa e brevetta il kinetografo, un apparecchio per la ripresa e la proiezione. Purtroppo, per un intoppo burocratico (siamo in Italia, d’altronde…) , il Ministero dell’Industria e Commercio rilascerà il brevetto (n° 245032) un anno dopo la richiesta di Alberini, precisamente nel dicembre 1895, tre giorni dopo il famoso 28 dicembre, in cui i Lumière proiettano per la prima volta L’uscita dalle officine Lumière.

Filoteo Alberini

Così Alberini si ‘accontenterà’ di essere il primo ad aprire una sala cinematografica in Italia. Nel 1905 fondò, infatti, lo “Stabilimento italiano di manifattura cinematografica Alberini e Santoni” (dal 1906 “Cines”) a Roma, con un teatro di posa, dirigendo il primo film spettacolare italiano: La presa di Roma (1905).

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Covid

Fa paura…ma

Oggi è entrato in vigore il nuovo (l’ennesimo) Dcpm. Come tutti gli ultimi, approvato nella notte e, dalla sera alla mattina, le persone trovano che un altro pezzo del loro mondo è cambiato.

Sono sinceramente stanca di opinioni in merito e voglio informarmi bene su cosa fa (o non fa) questo Covid. Così vado a scaricarmi il bollettino più aggiornato dell’Istituto Superiore di Sanità: trovo quello del 13 ottobre 2020.

Comincio a leggere schemi, tabelle e statistiche e poi arrivo a pagina 22 (l’intero documento è fatto di 27 pagine) e trovo quanto segue:

“Al 20 ottobre 2020, risultano guariti 234.466 casi. Escludendo dal totale dei casi segnalati i casi guariti, quelli deceduti 36.641) e 61 casi persi al follow-up, l’informazione sulla gravità clinica dei pazienti affetti da COVID-19 è disponibile per 120.249/148.591 casi confermati (80,9%) riportati al sistema di sorveglianza.

Tra questi, 70.443 (58,6%) risultano asintomatici, 17.105 (14,2%) sono pauci-sintomatici, 23.895 (19,9%) hanno sintomi lievi, 7.907 (6,6%) hanno sintomi severi e 899 (0,7%) presentano un quadro clinico critico.

Cosa vorrà dire “pauci-sintomatici”? Cerco la definizione e il Garzanti riporta: ” Paucisintomatico: che presenta scarsi sintomi: malattia paucisintomatica; paziente paucisintomatico“. Pur continuando a restarmi oscura la ragione per cui si vada a differenziari fra chi è “pauci-sintomatico” e coloro che “hanno sintomi lievi”, vado a sommare i dati: 58,6% senza sintomi (ma se non hai sintomi… sei sano o sei malato??); 14,2% pauci-sintomatico; 19,9% sintomi lievi. Ciò significa (ed è matematica, non opinione) che il 92,7% (!!!!) positivi al Covid 19 non ha sintomi severi e che solo lo 0,7% presenta un quadro clinico critico.

Se consideriamo che 7907 casi hanno sintomi severi e 899 presentano un quadro clinico critico, vuol dire che 8806 italiani su 60.244.639 sono in condizioni rischiose a causa del Covid 19, ovverosia lo 0,014% della popolazione corre seri rischi.
Io credo che la vita di una persona sia sacra, pertanto la vita degli 8806 italiani che rischiano… è 8806 volte sacra.

Ma… perché se i dati sono questi dobbiamo tutti mettere in atto ciò che i vari DCPM implicano e non trovare delle soluzioni atte a proteggere lo 0,014 della popolazione, evitando di mandare all’aria l’economia, uccidere attività commerciali, strozzare chi non ha un lavoro dipendente, mettere a rischio chi un lavoro ancora ce l’ha? Sopratutto, perché dobbiamo creare generazioni di asociali, far crollare psicologicamente chi è più fragile, far morire di solitudine i nostri anziani, creare comportamenti insani e dannosi per la salute (basta sport, ad esempio)?
Non ho ancora trovato una risposta (nemmeno nelle teorie complottiste).
Però ciò che mi spaventa è la totale incapacità di usare il pensiero critico che la maggioranza ha sviluppato: moltissimi credono che ‘comportandosi bene’ non verranno colpiti dal virus e se il virus c’è è colpa di chi ‘si comporta male’…
La sola spiegazione che riesco a darmi è che la paura sia così grande, da non rendere capaci di leggere e capire i dati…. quelli veri.
Così la paura, come nei secoli bui della storia, guida i comportamenti della maggioranza e serve a coprire scelte politiche discutibili e poco chiare, poco utili, poco favorevoli alle persone, ma molto proficue ad una economia fatta di speculazioni e raggiri.

Questo a me fa più paura del Covid 19.

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persone

27 febbraio: buon compleanno, papà

Buon compleanno papà. Se tu fossi ancora qui, oggi sarebbe il tuo ottantanovesimo compleanno e anche questa volta, come ogni anno, lo festeggiamo con il nostro piccolo rito della candelina accesa e di un pensiero che, magari, in qualche modo riesce ad arrivare fino a te, ovunque tu sia.

Se tu fossi qui, ci sarebbero tante cose che non capiresti e che, molto probabilmente, non piacerebbero all’uomo tutto d’un pezzo che tu eri. Non capiresti sicuramente il malsano senso della (in)giustizia  in cui viviamo e non apprezzeresti il precipitoso declino della ‘sinistra’; tu che  catturato dai fascisti  (eri un ragazzino che faceva la staffetta per i partigiani)  te l’eri cavata per un pelo, ma non avevi mai incrinato le tue idee. Ti infurieresti contro tutte le manipolazioni dell’informazione che giornali e televisione spacciano per notizie. Internet, sono certa, ti piacerebbe e, sicuramente, avresti imparato ad utilizzare tutta la tecnologia che oggi c’è ed ai tuoi tempi non esisteva ancora. Saresti rattristato per tante cose che ci cadono addosso ogni giorni, ma saresti felice di sapere che da più parti nel mondo c’è chi continua a battersi e a credere in qualche cosa di migliore.

Forse saresti orgoglioso di me che, alla mia sonora età, ho ri-cominciato a studiare per la seconda laurea e credo che con mio marito andresti d’accordo. Saresti felice di sapere che la mamma sta bene e se la cava alla grande nonostante tutte le vicissitudini che la vita le ha riservato.

Insomma, papà, non è che sia cambiato granché in meglio questo mondo negli ultimi ventisette anni ma io sarei stata molto più felice di averti qui con noi.

Buon compleanno papà.

 

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Previdenza

Attenzione alle pensioni

E’ un tema d’attualità, ma è anche una questione delicata e complicata. Oltre che individuarne le criticità, occorre cercare soluzioni alternative ed operare scelte di buonsenso.

Attenzione alle pensioni